Natale 2017

 
 
GLI AUGURI DA CHIANG RAI

 

 

 

 

 

 

 

 

Natale 2017

Carissimi,

una sera, seduto alla mia scrivania, ho provato a chiudere gli occhi tentando di cogliere un frammento di un Natale lontano, una di quelle belle immagini che si perdono nell’affastellarsi dei ricordi. Ho cercato indietro nel tempo, ma invece di un’immagine è riaffiorata una frase: “Andarono a Betlemme e trovarono Gesù, avvolto in fasce, in una mangiatoia. Già gli angeli avevano detto loro: “Non abbiate paura, vi annuncio una grande gioia...”

Il Bambino, il Bambinello della nostra infanzia, ci dava tutta l’atmosfera religiosa della festa, dava alla ricorrenza una sua dignità. La sua presenza andava oltre i regali, oltre i buoni piatti sulla tavola, oltre le luci e i brindisi. Sì, col Bambino Gesù la festa andava oltre. Ma ora, lo vedete anche voi, a Natale il Bambino è sempre più un ospite, e spesso per lui non c’è nemmeno posto il 25 dicembre. Bisogna rincontrare, invitare ancora quel Bambino, tutti quei “bambini” che ci vivono accanto e ci ricordano come fosse bello il Natale di quando eravamo poveri e stavamo stupefatti in attesa di un segno, di una mano amica che di notte metteva la statuetta del Bambinello nella sua povera culla di paglia.

Era il Natale dei fichi secchi, dei mandarini, dei datteri e delle noci. Era un Natale semplice, a volte povero, ma ricco di mistero e di momenti sospesi. Era un Natale che ci emozionava.

Andare a Betlemme, ora, e’ necessario affinché anche il rito religioso ritrovi la sua sacralità e il suo fascino.  

Il tempo del Nata1e era un periodo che si prestava alle favole, e forse si presta ancora per chi sa ascoltarle. E allora voglio raccontarvene una anch’io. La storia di Manop.

Manop arrivò nel Centro che era piccolo, aveva un’aria da bambino buono. Penso non avesse mai visto un pallone, perché la prima volta che venne nel campo per giocare, quando il pallone correva verso di lui si fermava a ridere dalla gioia.

Aveva sette anni ma già sulle spalle si trascinava una storia difficile. Erano cinque fratelli: tre maschi e due femmine, Manop era il secondo. Il padre un giorno lasciò la famiglia e andò a lavorare in città’ come muratore. Tornò un giorno ma solo per portare con sé il figlio più grande. Poi non fece più ritorno a casa. Così, uno alla volta, dopo Manop tutti gli altri vennero nel nostro centro. Manop era come una chioccia per loro, con poche parole sapeva consolarli nei momenti della nostalgia.

Ogni anno, quando l’anno scolastico si avvia alla conclusione, incontro quelli della terza media pér vedere insieme, a seconda della professione che poi vorranno fare, in quale scuola desiderano continuare a studiare. Manop però mi prevenne e fu lui a venire da me e mi disse subito che voleva frequentare il corso per aiuto infermiere. Gli spiegai che la scelta era molto bella ma non semplice. “Tu non scegli solo una scuola”, dissi, “ma anche una vocazione: lavorare accanto ai malati, agli anziani e ai disabili non è sempre facile, ci si sacrifica”. Disse che lo sapeva ma che era pronto a sacrificarsi. Ma c’era un altro forte motivo che aveva fatto scegliere a Manop quella scuola: lui voleva aiutare il prima possibile sua madre che da sola sosteneva la famiglia da tanti anni. Su questo c’è da fare una premessa. Noi, come per tutti gli altri, per Manop e i suoi fratelli non avevamo mai chiesto contributi alla famiglia e questo, per quella povera donna, era un sollievo. Lei era contenta di sapere che i suoi figli potevano frequentare la scuola come tutti. Ma sulle montagne la vita è difficile, e lo è soprattutto per una donna sola perché i campi e i frutteti sono lontani da casa e su pendii impervi. Per questo Manop voleva aiutarla il più presto possibile. A 17 anni si sentiva capofamiglia. E lo dimostrò coi fatti. Solitamente i genitori lasciano qualche soldo perché’ i figli possano comperarsi qualche dolce a scuola. Ma per la donna era troppo anche questo. E allora durante la scuola media e la scuola per aiuto infermiere, Manop non venne mai a chiedere un aiuto che sicuramente avrebbe avuto: si alzava invece tutte le mattine alle quattro e su di un motofurgone che lo aspettava sulla porta andava in un piccolo allevamento di polli. Lì si fermava due ore per ingabbiare i polli destinati ai vari mercati. Al sabato portava, orgoglioso del frutto del suo lavoro, ai fratellini il ricavato.

Carissimi, il senso del Natale penso che non si trovi nei festeggiamenti, nei regali, nella sequenza di piatti prelibati, ma nel sapere regalare il nostro cuore, cioè nel dare amore, proprio come ha fatto Manop. E poi nel non trascurare l’aspetto religioso. Il Natale, non dimentichiamocelo, è cominciato con un invito ad andare a Betlemme.

La notte di un Natale lontano, alla fine della Messa e vedendo la gioia dei bambini e delle persone che uscivano di Chiesa, una persona mi disse..”Quanto vorrei poter credere...”.

E’ il nostro augurio a cui aggiungiamo gli auguri di un gioioso e sereno anno nuovo.

Con riconoscenza.

Fr. Gianni Dalla Rizza